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“Questo matrimonio non s’ha da fare!” Eppure, a quanto pare, dopo lunghi e lusinghieri corteggiamenti, il matrimonio si farà. Ormai è ufficiale: il mondo dell’editoria giornalistica ha aperto le porte al re del social e all’imperatore della rete, Facebook e Google.

La notizia ufficiale è di pochi giorni fa: per le grandi testate europee e d’oltreoceano si apre una nuova fase della comunicazione digitale sotto le insegne dei due più potenti nomi del web.

L’approccio, però, sembra essere molto diverso tra i due, come diversi risultano i porgetti, almeno per quanto è stato reso pubblico all’indomani dell’accordo tra i giornali e i loro nuovi “sostenitori”.

Che il giornalismo tradizionale faccia fatica a tenere il passo con le nuove forme di comunicazione è evidente da più tempo ed è altrettanto chiaro che i giornali digitali troppo spesso sono una semplice trasposizione dal cartaceo che, a conti fatti, non funziona.

La difficoltà dell’editoria, e nel caso specifico delle grandi testate internazionali, è stata ben compresa da chi della rete ha fatto il proprio mestiere e mantra, ma fino ad oggi le resistenze dei “vecchi media” non avevano lasciato intravedere nessuna possibilità di apertura o compromesso. Oggi, invece, complice la necessità di autorinnovamento, e perché no, l’esigenza di rinverdire il fatturato, si lavora in partnership.

 

Il piano di Google

Si chiama Digital News Initiative ed è il progetto lanciato da Google a supporto del giornalismo di qualità. Il mercato è quello europeo (almeno per il momento) e Google ha messo a disposizione per i prossimi tre anni 150 milioni di euro per promuovere l’innovazione tecnologica in ambito giornalistico.

Un centro studi vero e proprio si occuperà di studiare nuovi prodotti, nuove modalità di comunicazione e sviluppare sistemi più sostenibili per aumentare il traffico e i ricavi.

Ad oggi hanno aderito a questo progetto diverse testate giornalistiche europee di nota fama come The Financial Times e The Guardian nel Regno Unito, El Pais in Spagna, Die Zeit in Germania e per quanto riguarda il nostro Paese La Stampa.

 

Il piano di Facebook

Il progetto di Facebook è molto più “commerciale” e un po’ più invasivo di quello di Google e tra coloro che hanno accettato la proposta spiccano i nomi di New York Times e National Geographic.

Perché diciamo commerciale? Perché la forza accentratrice di Facebook poteva essere accettata solo a patto di un lauto compenso per la controparte. E così è stato.

Anche Instant Articles, questo il nome del progetto, infatti vuole farsi promotore e veicolo privilegiato del giornalismo di altissima qualità, ma a patto che l’utente resti nel social senza essere portato fuori dal link della notizia.

In poche parole gli articoli, che già da Maggio compariranno nella newsfeed e che saranno selezionati in base a criteri non meglio definiti dai fantascientifici algoritmi di Facebook, non rimanderanno più al sito del giornale: tutto dovrà rimanere dentro Facebook.

Una rinuncia importante a cui gli editori hanno ceduto data la seducente offerta: l’editore guadagna tutti i proventi della pubblicità che inserisce nei propri articoli più il 70% di quella che gestisce Facebook sulla news. Un’offerta che non si poteva rifiutare!
E chissà quale sarà la sorte dell’informazione a lungo termine… Una cosa è certa: l’informazione digitale deve avvalersi dei mezzi propri della rete per poter funzionare al 100% e sono necessari modelli di comunicazione originali, che non siano la mera copia di quanto già esiste su un mezzo diverso come la carta stampata. Ogni medium deve essere usato secondo le sue regole, le sue potenzialità e i suoi limiti.

 

 

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