Non si è ancora spenta l’eco della questione riguardante la “Internet Tax” o DDL Prodi-Levi.

I fatti sono nati il 17 ottobre, quando Valentino Spataro lancia un allarme al popolo della rete scrivendo questo articolo.
E’ l’inizio di una serie di interventi in varie testate giornalistiche e in diversi blog che tendono ad allarmare sul rischio di censura o di spiegare i “contorni della legge”.
La massima visibilità in rete avviene grazie all’intervento di Grillo sul suo blog, che “impone” una risposta del sottosegretario on. Riccardo Franco Levi al comico genovese e la stesura di un comma aggiuntivo all’articolo 7:

Sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al ROC i soggetti che accedono ad internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo che non costituiscono un’organizzazione imprenditoriale del lavoro“.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio precisa che intenzione dell’esecutivo: “è promuovere la riforma del settore dell’editoria per tutelare e promuovere il pluralismo dell’informazione“. Nessuna intenzione di censurare il libero dibattito ma quella di “creare le condizioni di un mercato libero, aperto e organizzato“. In programma, a questo scopo, l’abolizione della registrazione presso i tribunali, finora obbligatoria per qualsiasi pubblicazione, sostituita “dalla registrazione presso il Registro degli operatori della comunicazione tenuto dal Garante per le comunicazioni“.

Levi tiene a sottolineare che: “Con l’obbligo della registrazione non pensiamo al ragazzo che realizza un sito o un blog ma a chi, con la carta stampata, e con internet, pubblica un vero prodotto editoriale e diviene un autentico operatore del mercato dell’editoria“.

Levi non è l’unico politico ad intervenire sull’argomento, a lui fanno seguito Gentiloni, Bellucci, Folena, Pecoraro Scanio, Di Pietro.

Paolo Gentiloni, ministro per le Comunicazioni, afferma dal suo blog:
il disegno di legge sull’editoria […] va corretto perchè la norma sulla registrazione dei siti internet non è chiara e lascia spazio a interpretazioni assurde e restrittive […] Naturalmente, mi prendo la mia parte di responsabilità […] per non aver controllato personalmente e parola per parola il testo che alla fine è stato sottoposto al Consiglio dei Ministri […] Pensavo che la nuova legge sull’editoria confermasse semplicemente le norme esistenti […]Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali, ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog.

Sergio Bellucci, responsabile Comunicazione e innovazione tecnologica del Prc, crede nell’opportunità di riformare la legge sull’editoria e al tempo stesso si oppone a qualsiasi tipo di censura nel web: “Le risorse pubbliche devono essere usate per aumentare il pluralismo della comunicazione nella carta stampata e in internet” ma la riforma “dev’essere ispirata al criterio di regalare meno soldi ai grandi gruppi e aumentare le capacità di comunicazione dei piccoli gruppi e dei singoli cittadini”.

Il commento di Antonio Di Pietro risulta ancora più netto: “ il ddl va bloccato” […] perché “metterebbe sotto tutela internet in Italia e ne provocherebbe la fine” […]. Per quanto mi riguarda, questa legge non passerà mai”.

Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell’ Ambiente, preannuncia l’intervento dei Verdi per la presentazione di emendamenti alla legge: “essendo un disegno di legge, per l’approvazione dovrà passare in Parlamento e lì sarà possibile apportare modifiche e migliorare il testo. Invito tutte le forze politiche a sostenere l’iniziativa dei Verdi per non limitare la possibilità d’espressione in Rete” […] “Per evitare restrizioni per chi apre un blog e consentire a tutti gli utenti di parlare liberamente preservando la democrazia web“.

L’immediato intervento dei vari politici non disperde comunque i dubbi.

Levi non chiarisce ad esempio cosa si intenda per organizzazione imprenditoriale del lavoro e se in questo “gruppo” vanno considerati anche chi fa pubblicità nel suo sito o chi vende prodotti online.

Il problema riguarda la formulazione della legge.

Non è restrittiva l’interpretazione cui si sta dando quanto piuttosto i concetti che essa esprime. Inoltre una legge non “dovrebbe” essere accompagnata da un regolamento di attuazione, che, nel caso specifico, va oltre la sua funzione. Essa demanda ad un’autorità amministrativa la previsione del filtro di accesso al ROC, mentre l’articolo 6 della suddetta legge afferma che tutti i soggetti che che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel ROC

L’intervento con minor chiarezza è del presidente della commissione Cultura della Camera, Pietro Folena. Da un lato afferma: “Chi fa un blog non è un editore. Quindi non deve sottostare a nessuna regola particolare riguardante la stampa o gli operatori della comunicazione”. Poi aggiunge: “è necessario che gli utenti rimangano, però, mobilitati: facciano pressione. Spero che anche giornalisti autorevoli si pronuncino. L’ignoranza di cosa sia la Rete è molto diffusa, molto bipartisan. Molti vedono Internet come qualcosa da cui difendersi. Invece Internet è ormai il modo di comunicare, divertirsi, produrre, vivere di milioni di persone. Non va imbragata, bisogna avere un atteggiamento liberale”.

I fatti mostrano l’ambiguità della legge e la confusione di idee a riguardo.
I politici ancora non hanno appreso qual’ è la portata del fenomeno internet o alle spalle delle loro decisioni ci sono interessi economico/sociali?

Inutile dire che centinaia di blog che si sono mobilitati e sono intervenuti sull’argomento proponendo diverse tesi. Alcune riportano la questione del ritorno di “pretesti e ambiguità per mascherare la censura di Stato” (ALCEI).

Intorno alla questione sollevata dalla nuova legge resta evidente che la mobilitazione dei blogger e dei siti che fanno informazione ha mostrato la loro potenzialità nel “far pressione” sulle questioni sociali.

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