dubbio

Non è che non esistano strade alternative di promozione on-line, ma molto spesso accade che gli stessi canali che offrono servizi di advertising, commettano un’imprecisione e un errore di lessico. E per la stessa ragione anche noi, comuni utenti del web, ci concediamo questa inesattezza.

Quando infatti i big di internet acclamano a gran voce l’arrivo di “nuovi” servizi pubblicitari e di promozione on-line, spesso lo fanno sfruttando la stessa porzione di enciclopedia che si rivolge anche ai servizi di advertising tradizionali. Per questo non stupisce il disorientamento degli utenti di fronte a questi annunci trionfali, dal momento che questi non desiderano sfruttare nuove strategie di pubblicità convenzionale, ma vogliono conoscere nuovi strumenti di promozione, alternativi a quelli che hanno imparato ad usare negli anni e ad utilizzare in caso di necessità.

L’errore quindi non risiede tanto nel fatto che nessuno sia stato capace, finora, di inventarsi nuovi espedienti di marketing, quanto piuttosto nella capacità dei rispettivi inventori di identificare la giusta area di riferimentoLe soluzioni che spesso i media caratterizzano come advertising spesso non lo sono affatto, mentre altre, considerate semplice “chiacchiericcio”, sono molto più produttive e divulgative delle precedenti.

Per advertising infatti, ci si riferisce sempre a qualcosa che interrompe il flusso della comunicazione (spesso per pochi istanti), sospendendo momentaneamente ciò che stava facendo il fruitore del messaggio, affinché questo possa essere ricevuto nella maniera più completa possibile: è il caso per esempio degli spot pubblicitari televisivi o radiofonici. Diversa è invece la pubblicità che punta ad integrarsi nel flusso comunicativo, quasi voglia entrare a far parte delle conversazione degli utenti e quasi punti a diventare mezzo e fine ultimo delle loro discussioni. E’ il caso, per esempio delle storie sponsorizzate di Facebook, o dei promoted tweets e promoted trends di Twitter, di cui ho discusso in altri articoli.

Questi mezzi sono stati spesso descritti dai loro stessi ideatori, come “nuovi strumenti di advertising” quando di fatto non lo sono, poiché sfruttano una filosofia del tutto diversa. Anche il più inesperto conoscitore di marketing può però facilmente capire che, nonostante (o per fortuna?) non possa essere etichettata come pubblicità tradizionale, questa nuova tendenza di promozione online potrebbe potenzialmente diventare molto più efficace e produttiva, dal momento che non si inserisce come elemento intrusivo all’interno delle conversazioni degli utenti ma entra a farne parte come componente fondamentale. E’ chiaro che il loro utilizzo deve sottostare ad una serie di regole, le quali debbono impedire che la conversazione sponsorizzata superi e prevarichi quella tradizionale, altrimenti metterebbero a rischio il risultato del loro utilizzo, invadendo eccessivamente lo spazio di discussione degli utenti.

Da questo punto di vista, a differenza di Facebook e Twitter, Google è in contro tendenza. Dato che nessuno è ancora stato capace di misurare in termini quantitativi, oggettivi e del tutto chiari il successo di una campagna di promozione online, BigG ha scelto di sperimentare un nuovo modello di advertising (in senso classico) ispirandosi allo spot televisivo, sostenendo che la televisione resta il canale preferito dagli inserzionisti.

Sostanzialmente il nuovo modello propone di fondere gli strumenti di analisi standard per le impressions a sofisticati strumenti di elaborazione dati per le campagne pubblicitarie televisive, con l’obbiettivo di permettere all’inserzionista di monitorare più agevolmente (e quindi di modificare più rapidamente) la propria pubblicità online.

Scegliere a quale strategia affidarsi resta ancora un dubbio amletico, e per il momento, l’unica soluzione possibile sembra essere la sperimentazione sul campo…fateci sapere la vostra!

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